Danko Jones
Si parte dall’Harder Stage con un live ad altissima carica: sul palco arriva il power trio canadese di Danko Jones, pronto a riversare sul pubblico tutta la propria energia nonostante il cielo grigio che accompagna la giornata al Wacken.
Danko Jones, alla chitarra e voce, e i suoi compagni di palco non lasciano spazio a pause: la scaletta alterna brani tratti dagli ultimi due album in studio ai pezzi ormai immancabili in ogni loro concerto, mantenendo dall’inizio alla fine un ritmo serrato, veloce e potente. Nessun momento lento, nessuna caduta di tensione: ogni brano spinge sull’acceleratore e il pubblico risponde a tono, trasformando l’area davanti al palco in un susseguirsi di entusiasmo, energia e crowd surfing.
Come da tradizione, non manca l’interazione del frontman con il pubblico. Tra un brano e l’altro, Danko racconta quanto sarebbe incredulo il ragazzino che era, allora semplice fan della musica metal, nel sapere che un giorno si sarebbe ritrovato sul palco del Wacken a suonare davanti a una folla così numerosa. Un pensiero che aggiunge una dimensione personale a una performance già estremamente coinvolgente.
Un’ora soltanto, ma un’ora vissuta senza tregua. Danko Jones lascia l’Harder Stage dopo aver riempito le orecchie, la testa e il cuore dei presenti, dimostrando ancora una volta come un power trio ben rodato possa trasformare sessanta minuti in un concentrato di energia destinato a rimanere a lungo nella memoria del pubblico.
Black Label Society
Sul Faster Stage arriva uno dei momenti più attesi della giornata: il live dei Black Label Society. Migliaia di fan sono già accalcati davanti al palco, pronti ad accogliere Zakk Wylde e soci, e l’attesa cresce fino a quando, sulle note di un breve medley tra War Pigs e Whole Lotta Love, la band fa il suo ingresso. Un’introduzione perfetta per una formazione che porta sul palco un’imponenza degna della propria fama.
Si parte subito pesanti con Funeral Bell e il pubblico esplode. Zakk Wylde è in forma smagliante e, al suo fianco, la band non è da meno: compatta, potente e precisa, costruisce un set che non concede tregua. La scaletta pesca dai brani più celebri e intensi della carriera dei Black Label Society, alternando riff granitici a una serie di assoli di chitarra che esaltano ancora una volta il talento e la personalità del frontman.
Tra un pezzo e l’altro, il legame con il pubblico rimane fortissimo, ma è No More Tears a regalare il momento più significativo del concerto. La dedica a Ozzy Osbourne crea un’atmosfera più raccolta, senza però spegnere l’anima metal della performance. Non è un momento triste, ma piuttosto una celebrazione: un tributo sentito che unisce palco e pubblico attraverso una canzone diventata ormai parte della storia del rock.
A chiudere il set arriva inevitabilmente Stillborn, una certezza di ogni live dei Black Label Society. Zakk imbraccia ancora una volta la sua chitarra e porta sul palco tutta la potenza, la tecnica e la fisicità che lo hanno reso uno dei chitarristi più riconoscibili della scena
Saxon
Continua il pellegrinaggio da un palco all’altro e questa volta è il turno dei Saxon, band inglese immancabile in quasi ogni festival quando è in tour. E quale scenario migliore dell’Harder Stage di Wacken per accogliere un live act che rappresenta l’essenza dell’heavy metal classico?
Biff Byford e compagni arrivano sul palco con una vera e propria setlist da battaglia, costruita su brani ad alto coinvolgimento e pensata per trascinare il pubblico fin dalle prime note. L’apertura è affidata a“Hell, Fire and Damnation”, che mette immediatamente in chiaro le intenzioni della band: nessuna concessione, solo heavy metal suonato con convinzione e mestiere.
Da quel momento è una cavalcata senza pause. Impossibile non cantare insieme alla band quando arrivano pezzi storici come“Motorcycle Man”, “Heavy Metal Thunder” e “Denim & Leather”. Ogni canzone diventa un inno alla musica, ai fan e agli stessi Saxon, ormai autentici padrini del genere dopo oltre cinquant’anni di carriera.
E proprio il tempo sembra non avere alcun peso sulla band. L’età è davvero soltanto un numero: Biff e soci continuano a essere fedeli a loro stessi e a quella formula fatta di riff potenti, attitudine e puro heavy metal. Non sbagliano un colpo, dimostrando una forma smagliante e una presenza scenica ancora capace di coinvolgere un pubblico enorme.
A chiudere il concerto arriva “Princess of the Night”, uno dei brani simbolo della storia dei Saxon. È il momento in cui palco e platea diventano una cosa sola: il pubblico canta a squarciagola, nessuno escluso, e l’Harder Stage si trasforma in un unico, gigantesco coro.
Un’altra prova convincente per una band che, dopo più di mezzo secolo, continua a salire sul palco con la stessa fame e la stessa devozione per l’heavy metal. I Saxon non celebrano soltanto la propria storia: continuano a scriverla, un concerto alla volta.
Bear McCreary
Ci spostiamo all’Headbangers Stage per assistere a un live decisamente fuori dagli schemi: protagonista è Bear McCreary, compositore statunitense noto per aver scritto alcune delle colonne sonore più riconoscibili del mondo delle serie TV, del cinema e dei videogiochi, da The Walking Dead a Black Sails, passando per League of Legends e numerosi altri progetti.
La particolarità dello show è proprio quella di poter ascoltare dal vivo le sue composizioni, reinterpretate in una veste decisamente più metal e affidate a una formazione di musicisti di assoluto livello. Al fianco di McCreary troviamo infatti Johanna Kurkela al violino, Gene Hoglan alla batteria e Brendan McCreary, fratello di Bear, alla voce. Il set accompagna il pubblico attraverso alcune delle sue opere più celebri, alternando atmosfere cinematiche, arrangiamenti potenti e momenti in cui la componente metal emerge con tutta la sua forza. Ma è soprattutto nella parte finale che il concerto raggiunge il suo momento più sorprendente.Durante l’esecuzione del tema di The Walking Dead, proposto in una versione metal davvero strepitosa, il live cambia ulteriormente direzione e sfocia nella cover di “Godzilla” dei Blue Öyster Cult. Ed è proprio a questo punto che sul palco arriva una special guest d’eccezione: Alissa White-Gluz.La presenza di Alissa aggiunge ulteriore energia a uno show già particolarissimo, ma la vera sorpresa arriva con “Our Kingdom”, brano scritto insieme a Bear McCreary e portato sul palco per la primissima volta proprio in questa occasione, davanti al pubblico del Wacken. Un debutto live che rende il momento ancora più significativo e che trasforma il concerto in qualcosa di realmente irripetibile.Come se non bastasse, la giornata coincide anche con il compleanno di Alissa White-Gluz, dettaglio che aggiunge un’ulteriore nota speciale a un’esibizione già ricca di elementi fuori dall’ordinario.
Quello di Bear McCreary si rivela così un concerto difficile da catalogare: non semplicemente un live metal e nemmeno una classica esecuzione di colonne sonore, ma un incontro tra musica cinematica, serie TV, videogame e potenza metal. La presenza di musicisti d’eccezione, gli arrangiamenti pensati per il palco e soprattutto la possibilità di ascoltare dal vivo e in una veste completamente diversa alcune delle composizioni più celebri di McCreary rendono questo appuntamento uno dei momenti più particolari e memorabili del festival.
Judas Priest
Corriamo all’Harder Stage per gli headliner del giorno, gli attesissimi Judas Priest. Veterani del palco di Wacken e ormai quasi una presenza affezionata del festival, la band inglese sa bene come richiamare il proprio pubblico: i fan sono già numerosi e impazienti molto prima dell’inizio dello show.
Anche quest’anno Rob Halford e soci sono in tour e si presentano in grande forma. Bastano le prime note di “You’ve Got Another Thing Comin’”, scelta per aprire la scaletta, per rendersi conto che l’energia è quella delle grandi occasioni. L’elettricità che attraversa l’Harder Stage si percepisce quasi fisicamente e il pubblico risponde immediatamente.
La setlist è una vera carrellata di classici, con un brano forte dopo l’altro. Non mancano pezzi imprescindibili come “Breaking the Law”, “The Sentinel” e “Turbo Lover”, affiancati da materiale più recente come“Panic Attack”, dall’ultimo album Invincible Shields. Un equilibrio che permette di attraversare diverse epoche della carriera dei Priest senza mai perdere ritmo e intensità.
A completare lo spettacolo c’è una scenografia colorata, capace di richiamare i fasti e l’estetica degli anni ’80. Sul palco dominano il total black, le borchie e, naturalmente, la presenza scenica di Rob Halford, che con carisma e attitudine da autentico frontman dirige lo show e catalizza costantemente l’attenzione del pubblico.
Per il finale arriva un vero e proprio power trio di classici: “Electric Eye”, “Hell Bent for Leather” e “Living After Midnight”. Tre colpi perfetti per chiudere una serata all’insegna dell’heavy metal più celebrato, lasciando il pubblico soddisfatto e con la sensazione di aver assistito a una delle esibizioni più attese della giornata.
