Devil’s Eyes – Rob Zombie tra il palco e lo schermo

L’horror è per Zombie un immaginario al quale attingere figure, tropi e strutture, un contenitore nel cui alveo egli può far confluire le sue passioni, siano esse il cinema di genere degli anni Settanta o la musica rock e hard ’n’ heavy, i quali peraltro, tra divagazioni classiche e calchi dalla golden age dell’orrore, non esauriscono l’armamentario dei suoi riferimenti”. Così Fabio Cassano, critico e ricercatore di cinema, saggista, fotografo, videomaker e drammaturgo, nella prefazione del saggio Devil’s Eyes – Rob Zombie tra il palco e lo schermo, scritto da Edoardo Trevisani per la collana cinema di Shatter Edizioni.

Nel volume, in edizione aggiornata, l’autore approfondisce la figura di Robert Bartleh Cummings, questo il nome all’anagrafe del “nostro”, che da anni si destreggia (benissimo) come cantante, regista e autore. Un visionario, soprattutto, che dalle sonorità industrial metal dei White Zombie – con i quali ha registrato quattro album: Soul-Crusher (1987), Make Them Die Slowly (1989), La Sexorcisto: Devil Music Vol. 1 (1992) e Astro-Creep: 2000 (1995) – e dalla sua carriera da solista, che include otto dischi: Hellbilly Deluxe (1998), The Sinister Urge (2001), Educated Horses (2006), Hellbilly Deluxe 2 (2010), Venomous Rat Regeneration Vendor (2013), The Electric Warlock Acid Witch Satanic Orgy Celebration Dispenser (2016), The Lunar Injection Kool Aid Eclipse Conspiracy (2021) e The Great Satan (2026) – ha costruito un immaginario inconfondibile, in grado di contaminare generi, media e linguaggi.

Un discorso analogo per i suoi film horror, che in Devil’s Eyes vengono sviscerati con tutti i crismi: La casa dei 1000 corpi (2003), La casa del diavolo (2005), Halloween (2007), Halloween II (2009), Le streghe di Salem (2012), 31 (2016), 3 from Hell (2019), The Munsters (2022). “Ho sempre amato il cinema di Rob Zombie e in quel periodo mi piaceva dedicarmi alla saggistica cinematografica. Mi sentivo piuttosto ispirato, così quando Shatter Edizioni mi ha proposto di scrivere qualcosa su di lui, ho accolto l’invito molto volentieri”, spiega Trevisani.

Al quale facciamo subito notare che la prima edizione, pubblicata nel 2019, è fuori catalogo. Segno che il libro è piaciuto molto. Feedback a parte (“Ho imparato a non dare molto peso alle considerazioni degli altri, positive o negative che siano: in epoca di social, ognuno è libero di dire la sua”), Trevisani puntualizza: “Quello che più mi ha fatto piacere sono state le considerazioni di chi mi è vicino, come qualche amico che mi ha fatto i complimenti per lo stile di scrittura, e sicuramente ricordo con orgoglio l’invito a presentare il libro in una edizione di “Monsters”, festival del cinema horror e del fantastico che si tiene ogni anno a Taranto, nel periodo di Halloween, ed è curato dagli importanti critici cinematografici Massimo Causo e Davide Di Giorgio”.

Come abbiamo anticipato, il saggio Devil’s Eyes ripercorre l’intera carriera dell’artista statunitense, analizzando i temi ricorrenti, l’estetica, le influenze e le ossessioni che lo hanno reso un’icona dell’underground statunitense. In particolare, ammette l’autore (giornalista pubblicista dal 2007, collabora con varie testate), “Ho voluto dare risalto al suo stile unico, inconfondibile, che lo contraddistingue come autore, consapevole della propria poetica e delle proprie ambizioni artistiche“.

Prosegue Trevisani: “In Rob Zombie la musica e il cinema si fondono costantemente: da uomo di spettacolo, porta il baraccone creepy e circense, dal ritmo forsennato sullo schermo, e come regista, ama trasportare i suoi mostri di celluloide sul palco e nelle canzoni. In entrambi i casi, i suoi lavori restituiscono sempre un risultato energico, frastornante e allucinato. Che non lascia indifferenti. Ma non è un gioco fine a se stesso: la sua arte finisce per scavare con molta consapevolezza nelle pieghe più oscure della nostra società”.

Quindi domandiamo all’autore quali sono i suoi dischi preferiti “targati” Rob Zombie. E replica così: “Con i White Zombie, mi piace tanto La Sexorcisto: Devil Music Vol. 1, mentre da solista sicuramente Hellbilly Deluxe. Il suo ultimo album, poi, lo trovo molto interessante. Ricorda i suoi inizi da solista, con un sound poderoso e un ritmo indiavolato che non stanca mai.  Forse qualcuno potrà dire che il suo repertorio tende volentieri alla reiterazione, ma credo che, almeno per ora, sia proprio questo il suo obiettivo: una cristallizzazione del suo immaginario in un folle circo, tra il vintage e il grottesco, in cui ci si ritrova sempre volentieri, specie se si condivide con lui la passione per l’horror, i B-movies e l’exploitation”.

Nel saggio, Trevisani cita gli artisti che Rob Zombie ha influenzato di più. Su tutti, Marilyn Manson. “Aggiungerei i Powerman 5000, band del fratello, e magari i Dope. Direi poi che, nel caso di Rob Zombie, si potrebbe anche parlare di una mutua ispirazione fra vari gruppi, specialmente industrial, che nei decenni si sono evoluti anche in rapporto con i cambiamenti del mondo della musica e della società. Marilyn Manson si è sicuramente ispirato a lui, ma è anche vero che Rob ha reclutato qualche musicista della band del “Reverendo”; perciò, fra i due c’è uno scambio di influenze. Citerei anche i Rammstein. Nel 1999 la band industrial metal tedesca, capitanata da Till Lindemann, ha anche remixato un suo brano: Spookshow Baby. Una scelta tutt’altro che casuale”.

Autore: Edoardo Trevisani
Anno: 2025
Editore: Shatter Edizioni
Pagine: 166
Prezzo: 18,90 €

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