
Anno: 2023
Etichetta: Virgin Music Group
Voto: 8/10
Dopo la parentesi/reunion con i Porcupine Tree dell’anno scorso il polistrumentista/produttore/ mente e compositore della band progressive rock inglese torna in questo 2023 con il suo settimo album solista The Harmony Codex – il mantra di Steven Wilson specialmente in questi ultimi anni è sempre stato quello di creare un disco che fosse in contrapposizione a quello precedente, ma oltre a questo, c’è anche una sua forte riluttanza ultimamente nel considerare lo strumento della chitarra elettrica come un qualcosa di “portante” nella composizione di nuova musica, oltre ad aggiungere la sua opinione su quanto la chitarra secondo lui abbia dato quasi tutto quello che doveva dare nelle sue decadi di storia e che personalmente si senta molto più ispirato nella composizione quando maneggia altri strumenti. Queste due considerazioni possono essere prese come un perfetto punto di partenza quando consideriamo la sua ultima fatica discografica, dato che effettivamente The Harmony Codex presenta sound estremamente variegato, complesso, atmosferico, ricco e stratificato, ma che si basa per di più sull’utilizzo di elettronica e sintetizzatori e dove la chitarra in effetti gioca un ruolo molto marginale se non in qualche arpeggio acustico o assolo (spesso dal sapore fortemente blues). Insomma uno strumento usato più come “condimento” piuttosto che come “piatto principale” al contrario di quanto accadeva nei Porcupine Tree. C’è da dire quindi che da un certo punto di vista la connessione col precedente disco solista The Future Bites si sente eccome, ma se quel disco era più immediato, up-tempo, catchy e melodico, questo è sicuramente più cupo, atmosferico, enigmatico, a tratti malinconico, ma sopratutto molto più sperimentale e ricercato come se in un certo senso Steven fosse tornato alla sua vera e propria anima originaria che aveva reso grandiosi dischi come Inurgentes o Grace For Drowning lasciando stare i più immediati e recenti The Future Bites e To The Bone.
Il titolo del disco, The Harmony Codex, crediamo rappresenti appieno ciò che Steven ha voluto creare in questo lavoro. Difatti come i Dream Theater fecero anni fa in Systematic Chaos anche qui si usano due parole apparentemente contrastanti che tuttavia si sposano perfettamente per creare un’alchimia perfetta che esprime cripticità e armonia allo stesso tempo. La copertina anche è una perfetta introduzione alle sonorità del platter, con un palazzo grigio inghiottito da una coltre di nebbia, mentre sovrapposto ad esso abbiamo la rappresentazione bidimensionale di mezza facciata di un cubo di rubik. In effetti come abbiamo detto questo disco ci accompagnerà in un viaggio fatto di atmosfere plumbee, grigie e a tratti quasi distopiche, pregne di suoni elettronici e artificiali dove il buon Steven in questo clima riesce comunque a farci assaporare i diversi palati musicali del suo repertorio- dagli incredibili undici minuti della quasi totalmente strumentale Impossible Tightrope, che in questo disco rappresenta in tutto e per tutto il brano progressive dell’album, dove si incontrano esplosioni di suono incredibili, misti a contaminazioni jazz-fusion con tanto di sassofono, violini, organo hammond e sintetizzatori, a dei brani dal taglio più cantautorale come What Life Brings e la splendida Rock Bottom che vede Steven duettare ancora una volta con Ninet Tayeb, la meravigliosa voce della celeberrima Pariah di qualche anno fa. I suoni in questo disco sono incredibili e la produzione è magistrale. I pochi assoli presenti ed in particolare gli strumenti a corde hanno un suono caldo e organico, mentre le parti elettroniche e ambient hanno un sound incredibilmente affascinate e futuristico ma allo stesso tempo freddo ed artificiale. Quest’ultimo esempio è riportato nella title-track del disco che con i suoi nove minuti abbondanti ci presenta un’altra composizione quasi totalmente strumentale se non fosse per la voce femminile narrante dal chiaro accento britannico che ci accoglie nell’incipit del brano come se stessimo vagando in un sogno, nel bel mezzo di un viaggio attraverso il cosmo. Ed è proprio dalla nostra prospettiva che tutto ciò che si dipana dinnanzi ai nostri occhi appare così incredibilmente complesso ma allo stesso tempo meravigliosamente armonico come ci suggerisce il titolo del brano. Il pezzo in questione è infatti un viaggio attraverso delle atmosfere che ci ricordano in parte il periodo space-rock psichedelico dei Porcupine Tree di metà anni 90′ con album come il celeberrimo The Sky Moves Sideways. Beautiful Scarecrow ancora una volta gioca sulla dualità opposta delle parole in questione, trasportandoci in degli scenari cupi e opprimenti nella primissima parte del brano sorretto da un’elettronica minimale per poi condurci in un viaggio la cui fine ci porta ad un’apertura sorretta da violini e orchestrazioni, riportando in musica il contrasto delle parole nel titolo del brano ancora una volta. Time is Running Out si sorregge inizialmente su un pianoforte e la voce di Steven che ci riporta in mente alcuni brani più accessibili dei Porcupine Tree per uno dei pezzi probabilmente meno complessi e stratificati del disco, mentre la closer Staircase è ancora una volta una vera e propria avventura sonora dove sono presenti persino alcuni groove interessanti di basso e batteria con delle incursioni di chitarra elettrica che rendono il brano uno dei pezzi dallo stampo più progressive rock del lotto- senz’altro l’unico brano nella tracklist ad essere fortemente “groove based”, almeno in alcune porzioni del pezzo. Il finale con tanto di pianoforte e violini ci culla verso la fine del sogno dove compare la stessa voce femminile presente nella title-track che reciterà quelle stesse frasi del brano originario che forse rappresentano l’essenza di questo disco, ossia che nell’esperienza del viaggio spesso si perde la concezione di quale fosse la meta stessa, l’obbiettivo del percorso intrapreso, ma alla fine forse ciò che importa realmente è stata l’esperienza stessa non tanto dove essa ci debba portare o la persona che ci debba far incontrare.
“I came here searching for something but I don’t remember what that thing is anymore
did I dream you?
Or are you dreaming me now?
As your waking thoughts gradually take over
as all dreams are ultimately forgotten and lost…”
The Harmony Codex è un disco difficile, un ascolto non per tutti, come non è per tutti la musica di Steven Wilson. Quelli che tuttavia saranno con lui in questo viaggio verranno catturati da un’esperienza sonora unica, dove la musica è realmente libera di varcare ogni confine. Ed è proprio con questo platter che il buon Steven torna ai livelli di sperimentazione e di ispirazione di dischi come Grace For Drowning e Insurgentes, regalandoci un felice ritorno dopo due episodi per quanto ci riguarda meno riusciti come To The Bone e The Future Bites. Per chi scrive, uno dei dischi dell’anno.
Tracklist:
1. Inclination
2. What Life Brings
3. Economies Of Scale
4. Impossible Tightrope
5. Rock Bottom
6. Beautiful Scarecrow
7. The Harmony Codex
8. Time Is Running Out
9. Actual Brutal Facts
10 Staircase
