
Autore: Jon Savage
Anno: 2022
Editore: Shake
Pagine: 704
Prezzo: 25,00 €
Sgombriamo il campo da qualsiasi dubbio: Il sogno inglese di Jon Savage (giornalista londinese firma del The Guardian, è anche critico musicale nonché conduttore per la radio e la tv) non è un libro “per tutti”. O meglio, è un volume adatto solo e soltanto a chi ha tempo (e voglia) da dedicare a una lettura come questa, un racconto certosino non solo sull’epopea dei Sex Pistols, ma anche sull’ascesa dell’irripetibile cultura musicale ed estetica alla quale aderivano e al loro tempo. Pubblicata per la prima volta nel 1991, e una seconda nel 2010, quest’opera torna in libreria nella sua versione definitiva.
Parliamo di un vero e proprio tomo (704 pagine, 25 euro), pubblicato da Shake Edizioni e tradotto da Alberto Campo, la cui narrazione è ben inquadrata nella complessa (i più la definirebbero “funesta”, senza discostarsi troppo dalla realtà) era di Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990. Scomparsa dieci anni fa, la “lady di ferro” – come è stata ribattezzata dalla stampa – aveva ricevuto, poco dopo la sua dipartita, parole al miele da John Lydon: “Sono stato un suo nemico nella vita ma non lo sarò nella morte, perché non sono un codardo. Tutta la mia vita, socialmente parlando, gravita attorno alla sua epoca. È stata una bella lotta per i Sex Pistols, perché fare quello che facevamo allora era un po’ come se la stessimo sfidando direttamente. E penso che sia andata bene”.
Denso di aneddoti, focus, interviste e racconti (oltre allo stesso Lydon, vanno annotati gli interventi di Malcolm McLaren, Paul Cook, Steve Jones, Glen Matlock, Joe Strummer, Siouxsie Sioux, Howard Devoto, Pete Shelley, Sylvain Sylvain, Richard Hell, Captain Sensible, Adam Ant, Jordan Mooney, Viv Albertine, solo per citarne alcuni), Il sogno inglese narra la storia repentina del punk, riallacciando i fili artistici e culturali a quanto, anni addietro, era emerso tra le avanguardie artistiche: dal lettrismo (movimento francese nato a metà degli anni Quaranta, a Parigi, dall’immigrante rumeno Isidore Isou) al situazionismo (movimento estetico-politico internazionale di matrice marxista, anarchica e surrealista, fondato nel 1957), dagli stili degli anni Cinquanta al pop degli anni Sessanta.
Numerosi gli interventi di protagonisti assoluti della scena dell’epoca, dicevamo. Anche attraverso dichiarazioni come quella di Vivienne Westwood – stilista e attivista britannica scomparsa lo scorso dicembre, nominata dalla critica “madrina del punk” – che a metà degli anni Settanta spiegava l’obiettivo di Sex, la boutique gestita insieme al compagno di allora e manager dei Pistols, Malcom McLaren, divenne l’eldorado dei fedeli del movimento: “Vogliamo trasmettere agli altri la fiducia nella possibilità di realizzare i propri sogni e di cambiare. Col negozio esprimiamo un autentico pronunciamento politico, nel tentativo di attaccare il sistema. Mi interessa inoltre far sì che la gente indossi alcuni dei nostri articoli sessuali in ufficio. “Fuori dalla camera da letto e giù nelle strade!”, ecco cosa sarebbe davvero rivoluzionario”.
Ma, a più ampio raggio, Il sogno inglese racconta l’ascesa della cultura musicale ed estetica alla quale la band formatasi a Londra nel 1975 – che segnò una prima, tangibile rottura con il rock ‘n’ roll classico – apparteneva. E sul suo tempo, tanto repentino quanto decisivo: nonostante cinque anni di attività e un solo album in studio all’attivo (Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols del 1977), i Pistols sono tutt’ora ritenuti tra i gruppi più influenti della storia della musica, punto di riferimento per la prima ondata del punk.
Un genere, questo, la cui natura è ben tratteggiata sulla terza di copertina del libro di Savage (nato nel 1953, ha curato molte compilation musicali a cominciare dai gruppi degli anni Sessanta per approdare al punk, post-punk, elettronica, dub ed euro disco): “Il punk fece paura. A tutti. Portare i capelli in un certo modo, indossare il giubbotto di pelle, le t-shirt con le svastiche, i sacchi della spazzatura e gli accessori sado-maso come abiti, erano atti provocatori che comportavano un certo coraggio. La creativa contestazione del Giubileo della regina Elisabetta fu l’onta definitiva contro l’orgoglio nazionalista”.
Una vera e proprio offesa nei confronti del cosiddetto “sogno inglese”, da redimere a ogni costo (“per mesi i componenti del gruppo, ma anche tanti punk comuni, furono braccati e aggrediti per strada da ex militari, teddy boys, skinhead e balordi vari. Con il sostegno dei tabloid scandalistici, i punk diventarono la feccia della nazione”). Rispetto a tutto questo panico sociale, i Pistols – John Lydon (voce), Steve Jones (chitarra), Paul Cook (batteria), Glen Matlock (basso), quest’ultimo poi sostituito da Sid Vicious – guidati dal folle genio di McLaren, non arretrarono di un centimetro.
Piuttosto, spiega ancora Savage (su Twitter è @JonSavage1966) – che ha cominciato a scrivere nel 1976 sulla sua punkzine London’s Outrage, per poi dedicarsi alle riviste Sounds, Melody Maker, The Face, Mojo e The Wire. Negli anni ha firmato le sceneggiature dei documentari The Brian Epstein Story, Joy Division e del fim Teenage – “risposero rilanciando la provocazione. Il tutto mentre ponevano le basi per un totale rinnovamento del mercato musicale. E il corto circuito fu totale”.

Un pensiero su “Il sogno inglese – I Sex Pistols e il punk-rock”