
Anno: 2023
Etichetta: Relapse Records
Voto: 6.5/10
Torna dopo pochi mesi dalla release dell’EP Ragnarok (una colonna sonora per l’opera teatrale dallo stesso nome) Amalie Bruun, ormai nota compositrice, poli-strumentista e vocalist del suo progetto Myrkur che ci riporta con questo suo platter fresco fresco di pubblicazione, nell’essenza di quello che è sempre stata la direzione musicale della sua creatura artistica, con quel connubio di metal estremo, folk tradizionale scandinavo e atmosfere evocative che risultano da qualche anno la chiave del buon riscontro che ha avuto tra i fan l’artista danese. Questo disco potrebbe essere una buona combinazione di quanto fatto musicalmente sui precedenti Folksange e Mareridt, il primo che esplorava una direzione puramente folk senza chitarre elettriche e passaggi metal mentre il secondo varcava territori tra il black, il doom e il folk con quel tocco epico ed evocativo che rese Mareridt in effetti un disco dibattuto ma in generale amato da fan e critica. Spine tuttavia mescola a questi generi nuove influenze musicali in un calderone che presenta nei suoi pur brevi trentatré minuti di durata un connubio di generi che vanno da quelli menzionati precedentemente, ad altri come lo shoegaze e il post-rock con quell’uso minimale dell’elettronica che è senz’altro un elemento che ben si sposa con la musica di Amalie.
Prima di andare a menzionare alcune delle singole traccie tuttavia vorrei per un attimo soffermarmi sulla produzione ad opera di Randall Dunn, non priva per chi scrive di qualche difettuccio. Spesso difatti andiamo incontro (come d’altronde succedeva nei vecchi dischi del progetto Myrkur) in delle vere e proprie sfuriate black-metal con il tipico “tremolo picking” e assalti in blast-beat incessanti. Un gradito ritorno sicuramente, anche se va notato come specialmente in queste parti la chitarra elettrica e la batteria siano quasi sfumate nel sottofondo del tappeto musicale creato dall’artista danese piuttosto che avere un ruolo primario in esso, e se probabilmente questa scelta è stata pensata e voluta da artista e produttore, il risultato è che queste sezioni si ritrovano completamente prive di impatto, aggiungendo probabilmente però una chiave atmosferica che con una produzione black metal più classica e “grezza” si sarebbe parzialmente persa. Un esempio è sul finale di Mothlike, un pezzo che mischia squisitamente un’anima electro-pop iniziale coadiuvata dalla bellissima voce pulita della Bruun che prende una deriva più vicina al blackgaze sul finale, dove il pezzo si carica di atmosfera, addentrandoci in una incessante sessione in blast-beat più vicina a quanto visto musicalmente nei primi dischi di Myrkur con un’interessante assolo di chitarra a condire il tutto. Like Humans credo sia un’altro pezzo che si aggiunge a quelli più “catchy” del lotto, con un andamento più pacato e che prende vita nel ritornello che ancora una volta riesce ad essere incredibilmente atmosferico, avvolgente ma glaciale allo stesso tempo, riportandoci in quegli sconfinati territori scandinavi fatti di foreste e natura incontaminata. Le incursioni black metal nel finale del pezzo a questo punto forse sono un pochino scontate e prevedibili, ma sempre e comunque gustose. My Blood Is Gold si sorregge su strumenti ad archi ed un pianoforte minimale e minaccioso che diventa poi più caldo e avvolgente sul bel ritornello, per un pezzo minimale e rilassato, quasi un “Lana Del Rey in versione folk”. La title-track è una sferzata di brezza nordica sul nostro volto, accarezzato nuovamente dalla bellissima voce della Bruun quasi sempre in pulito in questo platter. Curioso alla fine di questo brano la scelta di utilizzare degli strumenti percussivi quasi tribali messi in primo piano dietro un tappeto di blast-beat e tremolo picking ancora una volta relegati un pochino in secondo piano rispetto al resto. Valkyrierenes Sang ci offre per la prima volta nella scaletta un brano interamente cantato nella lingua natia della vocalist per uno dei pezzi più pagan-black metal oriented del lotto, con una sezione più vicina al doom nel mezzo del brano che si arricchisce con tanto di percussioni tribali (nuovamente), per chi scrive, uno dei pezzi migliori del lotto. Più mid-tempo nell’andamento ma comunque interessante e ben riuscita Blazing Sky, dove si ritorna ovviamente alla lingua inglese mentre Devil In The Detail con i suoi vocalizzi e le parole sussurrate da parte di Amalie si presenta in una chiave un pochino diversa rispetto ai precedenti due brani molto metal-oriented, per un pezzo malinconico e trascinato che trasuda un che di gotico da “ballata dark in tinte folk” che esplode nuovamente sul finale in territori più estremi ma sempre avvolgenti e sognanti.Il pezzo in chiusura invece potrebbe essere stato direttamente recuperato dal precedente Folksange e con il suo andamento acustico ci culla verso la fine.
Il giudizio finale su questo Spine ci lascia onestamente un pochino divisi in quanto ascolto dopo ascolto l’album per quanto ci riguarda rimane piacevole, ma assolutamente privo di quei guizzi compositivi presenti nei precedenti dischi. L’album fonde bene tutte le influenze musicali di Myrkur aggiungendone delle nuove, ma allo stesso tempo ci lascia con quella sensazione di parziale incompiutezza nonostante le magnifiche performance strumentali, la voce straordinaria della Bruun e le meravigliose atmosfere eteree e nordiche di questo lavoro. C’è anche qualcosa a livello di produzione che personalmente vorremmo rivedere come menzionato in sede di recensione, lasciandoci con la sensazione di aver ascoltato un buon disco, che però difficilmente diventerà un ascolto frequente e costante nelle nostre rotazioni musicali.
Tracklist:
1. Balfaerd
2. Like Humans
3. Mothlike
4. My Blood Is Gold
5. Spine
6. Valkyriernes Sang
7. Blazing Sky
8. Devil In The Detail
9. Menneskebarn
Line-up:
Amalie Bruun – voce, chitarra, basso, tastiere, piano, organo, violino, percussioni
